
Perché alcune persone reagiscono a un conflitto con aggressività, mentre altre riescono a controllare la propria risposta? Perché l’esposizione alla violenza durante l’infanzia può aumentare il rischio di comportamenti violenti in età successive, ma non determina necessariamente il destino di una persona?
Sono domande complesse, alle quali la criminologia e la psicologia hanno cercato di rispondere integrando prospettive differenti.
Oggi sappiamo che non esiste un singolo “gene della violenza”, né un particolare tipo di cervello che renda inevitabilmente criminale una persona. Il comportamento violento emerge piuttosto dall’interazione dinamica tra fattori biologici, psicologici, relazionali, ambientali e sociali (Rosell & Siever, 2015; Fazel et al., 2018).
È proprio questa complessità a rendere necessario un approccio biopsicosociale ed ecologico allo studio della violenza.
Prima di parlare dei fattori di rischio è importante distinguere due concetti che vengono spesso utilizzati come sinonimi: aggressività e violenza.
L’aggressività può essere definita, in termini generali, come un comportamento diretto verso un’altra persona con l’intenzione di provocare un danno o di arrecare un pregiudizio. La violenza rappresenta invece una forma particolarmente grave di comportamento aggressivo, caratterizzata dall’impiego o dalla minaccia di forza fisica o di potere con conseguenze potenzialmente lesive.
Non ogni manifestazione di aggressività conduce quindi alla violenza.
La rabbia, per esempio, è un’emozione e non coincide con un comportamento violento. Una persona può provare una forte rabbia senza aggredire nessuno. Ciò che diventa rilevante dal punto di vista psicologico è il modo in cui l’emozione viene elaborata e regolata e quali comportamenti vengono messi in atto.
La ricerca neuropsicologica ha evidenziato il coinvolgimento di sistemi cerebrali implicati nella valutazione delle minacce, nella regolazione emotiva e nel controllo degli impulsi, tra cui l’amigdala e diverse regioni della corteccia prefrontale (Rosell & Siever, 2015; Coccaro et al., 2016).
Il cervello svolge naturalmente un ruolo nel comportamento umano, ma parlare di “cervello violento” sarebbe una semplificazione scientificamente scorretta.
Le ricerche di neuroimaging hanno individuato associazioni tra comportamenti aggressivi e differenze funzionali o strutturali in alcune reti cerebrali coinvolte nella regolazione delle emozioni, nell’inibizione delle risposte e nella valutazione delle conseguenze delle proprie azioni (Rosell & Siever, 2015; Coccaro et al., 2016; Romero-Martínez et al., 2026).
Tra le aree maggiormente studiate vi sono la corteccia prefrontale, l’amigdala, l’insula, i gangli della base e l’ippocampo (Coccaro et al., 2016; Rosell & Siever, 2015).
Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2026, comprendente 86 studi di neuroimaging, ha ulteriormente analizzato il ruolo della corteccia prefrontale nei soggetti con storia di comportamento violento. Gli autori hanno osservato, in diversi campioni, differenze soprattutto a livello della corteccia orbitofrontale e della connettività tra regioni prefrontali e altre strutture, tra cui l’amigdala (Romero-Martínez et al., 2026).
Questi risultati sono importanti, ma devono essere interpretati con cautela.
Una differenza osservata attraverso il neuroimaging non dimostra automaticamente che quella caratteristica cerebrale abbia causato il comportamento violento. Il cervello è plastico e viene influenzato dalle esperienze, dallo sviluppo, dallo stress, dalle sostanze, dalle condizioni ambientali e dalle relazioni (Rosell & Siever, 2015).
Il rapporto tra cervello e comportamento, quindi, è bidirezionale e dinamico.
La corteccia prefrontale svolge un ruolo importante nei processi di controllo cognitivo, pianificazione, valutazione delle conseguenze e regolazione delle risposte emotive.
Quando una persona percepisce una minaccia o vive una situazione di forte attivazione emotiva, la capacità di modulare la risposta può diventare particolarmente importante.
La ricerca sull’aggressività ha evidenziato associazioni tra alterazioni del funzionamento di alcune regioni prefrontali e una maggiore impulsività o difficoltà di regolazione dell’aggressività (Coccaro et al., 2016; Romero-Martínez et al., 2026).
Questo non significa che una ridotta capacità di controllo prefrontale renda una persona violenta.
Significa piuttosto che i sistemi cerebrali coinvolti nell’inibizione e nella regolazione delle risposte possono contribuire alla probabilità di reagire impulsivamente, soprattutto quando interagiscono con altri fattori di rischio.
L’amigdala è una struttura coinvolta nell’elaborazione della rilevanza emotiva degli stimoli e nella risposta alle minacce.
Nell’aggressività patologica sono state osservate alterazioni nel funzionamento di circuiti che coinvolgono l’amigdala e la corteccia prefrontale. La letteratura suggerisce che, in alcune condizioni, una maggiore reattività agli stimoli minacciosi possa interagire con una ridotta capacità di regolazione delle risposte emotive (Rosell & Siever, 2015; Coccaro et al., 2016).
Anche in questo caso, però, sarebbe scorretto trasformare un’associazione neurobiologica in una spiegazione deterministica.
Non esiste una struttura cerebrale che “decide” di commettere un’aggressione.
Il comportamento umano deriva dall’interazione tra sistemi biologici, processi psicologici e contesto.
Uno degli aspetti più interessanti delle neuroscienze contemporanee riguarda la plasticità cerebrale.
Il cervello non è una struttura immutabile. Le esperienze ripetute possono influenzare lo sviluppo e il funzionamento dei circuiti coinvolti nella regolazione emotiva, nella risposta allo stress e nell’apprendimento.
L’esposizione precoce a maltrattamenti, trascuratezza o violenza rappresenta quindi un importante fattore di rischio da considerare.
Una revisione sistematica e meta-analisi di studi prospettici ha analizzato 18 studi comprendenti complessivamente 39.271 partecipanti. L’esposizione al maltrattamento durante l’infanzia risultava associata a un aumento moderato del rischio di successivi esiti violenti (OR = 1,8; IC 95% 1,4–2,3), con una marcata eterogeneità tra gli studi (Fitton et al., 2020).
Il dato è importante proprio perché permette di evitare una conclusione semplicistica.
Aver subito violenza durante l’infanzia non significa diventare violenti.
Significa che l’esperienza rappresenta un fattore di rischio che, in presenza di altre condizioni, può contribuire ad aumentare la probabilità di comportamenti aggressivi o violenti.
Uno dei concetti più interessanti in criminologia riguarda la possibilità che la violenza venga trasmessa attraverso le generazioni.
Una persona cresciuta in un ambiente caratterizzato da abuso può aver appreso che l’aggressività rappresenta una modalità possibile per risolvere conflitti, esercitare controllo o ottenere ciò che desidera.
Questo processo può essere interpretato anche attraverso i meccanismi dell’apprendimento sociale.
Tuttavia, parlare di un inevitabile “ciclo della violenza” sarebbe scientificamente scorretto.
La meta-analisi di Fitton e colleghi (2020) mostra un’associazione tra maltrattamento infantile e successivi comportamenti violenti, ma l’entità dell’associazione è moderata e caratterizzata da significativa eterogeneità tra gli studi (Fitton et al., 2020).
Esistono infatti persone che, nonostante esperienze traumatiche o ambienti familiari gravemente disfunzionali, non sviluppano comportamenti violenti.
È qui che entrano in gioco i fattori protettivi.
In criminologia, parlare di fattore di rischio non significa parlare di una causa inevitabile.
Un fattore di rischio è una caratteristica associata a una maggiore probabilità che si verifichi un determinato esito.
La distinzione è fondamentale.
Avere diversi fattori di rischio può aumentare la vulnerabilità, ma non permette di prevedere con certezza il comportamento futuro di una singola persona.
Un’ampia umbrella review di meta-analisi sui fattori di rischio per la violenza interpersonale ha evidenziato diversi fattori associati alla violenza, tra cui disturbi da uso di sostanze ed esposizione alla violenza durante l’infanzia (Fazel et al., 2018).
La stessa revisione evidenzia però un’elevata eterogeneità tra gli studi. Questo significa che i fattori di rischio non agiscono nello stesso modo in tutte le persone e in tutti i contesti.
Il rapporto tra sostanze e violenza è particolarmente importante.
L’uso problematico di alcol e altre sostanze può interferire con il controllo comportamentale, la valutazione delle conseguenze, l’elaborazione degli stimoli sociali e la regolazione delle emozioni.
Una revisione sistematica condotta su 18 studi e oltre 591.000 persone con disturbi da uso di sostanze ha rilevato associazioni tra diverse categorie di disturbi da uso di sostanze e rischio di violenza, con variazioni considerevoli a seconda della sostanza e del disegno dello studio (Zhong et al., 2020).
Questo non significa che chi utilizza sostanze sia violento.
Significa che il disturbo da uso di sostanze può rappresentare un importante fattore di rischio, soprattutto quando si combina con altre vulnerabilità individuali e ambientali.
Le prime relazioni hanno un ruolo significativo nello sviluppo della regolazione emotiva e delle competenze sociali.
Pratiche genitoriali estremamente punitive o incoerenti, scarsa supervisione, conflitti familiari cronici, esposizione alla violenza tra adulti e basso coinvolgimento genitoriale possono contribuire a creare un ambiente nel quale il comportamento aggressivo viene più facilmente appreso o rinforzato.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera infatti fattori come l’esposizione alla violenza familiare, pratiche disciplinari severe o incoerenti, basso coinvolgimento genitoriale e associazione con coetanei antisociali tra i fattori associati alla violenza giovanile.
Anche in questo caso, però, il contesto familiare non deve essere considerato isolatamente.
La violenza è il risultato dell’interazione tra diversi livelli di influenza.
Durante l’adolescenza, il gruppo dei pari può assumere un’importanza particolare.
La frequentazione di coetanei coinvolti in comportamenti antisociali o violenti può aumentare l’esposizione a modelli comportamentali devianti e rafforzare norme che considerano l’aggressività accettabile o persino desiderabile.
La ricerca dell’OMS indica proprio il coinvolgimento in attività delinquenziali e l’associazione con pari antisociali tra i fattori maggiormente associati alla violenza giovanile.
Questo aiuta a comprendere un principio fondamentale della criminologia: il comportamento non nasce soltanto “dentro” l’individuo, ma anche nelle relazioni e nei contesti nei quali l’individuo vive.
Un ulteriore livello riguarda la comunità e la società.
Disoccupazione, povertà concentrata, disuguaglianza economica, scarsa coesione sociale, presenza di mercati illegali di sostanze, facile accesso ad armi e norme sociali che legittimano la violenza possono contribuire a creare condizioni nelle quali il rischio di violenza aumenta.
Il modello ecologico dell’OMS organizza questi fattori in quattro livelli: individuale, relazionale, comunitario e sociale. I diversi livelli non sono indipendenti, ma si influenzano reciprocamente.
Per questo motivo, spiegare un comportamento violento esclusivamente attraverso la personalità dell’autore significa spesso perdere una parte importante della storia.
Un tema particolarmente delicato riguarda il rapporto tra disturbi mentali e violenza.
È importante evitare una sovrapposizione automatica tra psicopatologia e comportamento criminale.
La presenza di un disturbo mentale non equivale alla presenza di pericolosità e la maggior parte delle persone con disturbi mentali non commette atti violenti.
La letteratura criminologica evidenzia invece che il rischio può aumentare in presenza di specifiche combinazioni di fattori, tra cui alcuni disturbi neuropsichiatrici, uso problematico di sostanze, precedenti comportamenti violenti e determinate condizioni ambientali (Fazel et al., 2018).
È quindi necessario distinguere tra diagnosi clinica, fattori di rischio e valutazione individuale del rischio.
A questo punto possiamo tornare alla domanda iniziale.
La risposta più scientificamente corretta è che non esiste una singola causa.
Il comportamento violento può emergere dall’interazione tra:
L’OMS sottolinea proprio che la violenza è un fenomeno multifattoriale e che la prevenzione efficace deve intervenire sui diversi livelli di rischio, non soltanto sull’individuo.
Questa prospettiva ha una conseguenza importante: se la violenza fosse determinata da un’unica caratteristica biologica o psicologica, la prevenzione sarebbe estremamente limitata.
La presenza di molteplici fattori modificabili, invece, significa che esistono diversi punti nei quali è possibile intervenire.
Interventi precoci sulle esperienze di maltrattamento, programmi per lo sviluppo delle competenze socio-emotive, trattamento dei disturbi da uso di sostanze, sostegno alla genitorialità, prevenzione della dispersione scolastica e interventi rivolti alle comunità rappresentano alcuni degli ambiti considerati rilevanti dalla ricerca sulla prevenzione della violenza.
La prevenzione, quindi, non consiste soltanto nell’intervenire quando la violenza è già avvenuta.
Significa anche ridurre le condizioni che possono favorirne lo sviluppo e rafforzare i fattori che proteggono dall’adozione di comportamenti violenti.
Quando parliamo di violenza, trovo importante non cadere nella tentazione di cercare una risposta semplice a una domanda complessa.
Come psicologa, considero particolarmente significativo il fatto che la ricerca non ci consegni l’immagine di una persona “destinata” a diventare violenta. Ci mostra piuttosto un insieme di vulnerabilità, esperienze e condizioni che possono interagire nel corso dello sviluppo.
Questo significa anche che un fattore di rischio non è una sentenza.
Aver vissuto un’infanzia caratterizzata da violenza non significa necessariamente diventare autori di violenza. Avere difficoltà nella regolazione emotiva non significa essere aggressivi. Avere una vulnerabilità neurobiologica non significa avere un destino criminale.
Allo stesso modo, non credo sia corretto cercare nella diagnosi psicologica una spiegazione automatica della violenza.
La domanda che ritengo più utile, sia dal punto di vista psicologico sia criminologico, non è quindi soltanto “che cosa c’è che non va in questa persona?”, ma “quali fattori hanno contribuito allo sviluppo di questo comportamento e quali possono essere modificati?”
È una differenza apparentemente sottile, ma fondamentale.
Perché comprendere i fattori di rischio non significa giustificare la violenza. Significa cercare di comprenderne i meccanismi per poter intervenire prima che il comportamento violento si manifesti, interromperne la ripetizione quando è già presente e costruire condizioni che rendano più probabile un percorso alternativo.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, psicologia e criminologia possono incontrarsi: non soltanto nella comprensione dell’autore e del comportamento, ma soprattutto nella prevenzione.