
Questo articolo nasce dall’elaborazione dei contenuti affrontati nell’ambito di una docenza di Psicopatologia Applicata all’interno di un corso professionale in Green Criminology.
Quando si parla di criminalità ambientale, l’attenzione tende a concentrarsi sull’azione: chi ha inquinato, chi ha smaltito illegalmente dei rifiuti, chi ha distrutto un habitat, chi ha tratto profitto da una condotta dannosa.
La Green Criminology amplia però questa prospettiva. Non guarda soltanto al reato e al suo autore, ma anche al danno prodotto, alle vittime, agli animali, agli ecosistemi, alle comunità e alle conseguenze che possono protrarsi nel tempo.
È proprio qui che la psicologia può offrire un contributo.
Non per cercare un presunto “profilo psicopatologico del criminale ambientale”. Una simile ricerca porterebbe facilmente a conclusioni semplicistiche e poco fondate. Il punto è piuttosto comprendere quali processi psicologici possono intervenire nella produzione, nella giustificazione o nella normalizzazione di una condotta dannosa.
Questo significa distinguere, innanzitutto, tra psicopatologia e criminalità.
Avere un disturbo mentale non significa essere pericolosi né commettere un reato. Allo stesso modo, una persona può compiere una condotta criminale senza presentare alcun disturbo mentale. Anche quando esistono associazioni tra determinate caratteristiche psicologiche e alcuni comportamenti, non è possibile trasformare automaticamente una correlazione in un rapporto causale.
La diagnosi, quindi, non è una previsione del comportamento.
Nell’analisi criminopsicologica diventano più interessanti domande diverse: come viene percepito il danno? Quali sono le motivazioni? Come viene valutato il rischio? Come viene attribuita la responsabilità? Quale ruolo hanno il gruppo e l’organizzazione? In che modo la persona riesce a considerare accettabile una condotta che produce conseguenze negative?
Uno dei passaggi più interessanti della Green Criminology consiste nello spostamento dalla centralità dell’autore alla centralità del danno.
Il punto di partenza non è più soltanto “chi ha commesso il reato?”, ma anche “che cosa è stato danneggiato?” e “chi ha subito le conseguenze?”.
Il concetto di environmental harm permette infatti di considerare un’area di danno più ampia rispetto a quella delle sole condotte formalmente criminalizzate. Un comportamento può produrre conseguenze ambientali, sociali o economiche che meritano attenzione anche quando il confine giuridico del reato non coincide perfettamente con quello del danno (Brisman & South, 2014).
Il danno può essere diretto oppure indiretto, immediato oppure differito.
Un’inquinamento può compromettere una risorsa naturale, ma le conseguenze possono estendersi alla salute, al lavoro, all’economia locale e alla vita quotidiana delle persone. Una contaminazione può inoltre essere percepita come una minaccia anche quando gli effetti non sono immediatamente visibili.
La dimensione temporale ha un’importanza particolare. Più è distante nel tempo il comportamento dalla sua conseguenza, più può diventare difficile percepire il collegamento tra ciò che si è fatto e ciò che accadrà.
Questa distanza può avere anche un effetto psicologico: rende più facile minimizzare il rischio, sottovalutare il danno o attribuire la responsabilità altrove.
Per questo, nell’analisi di un caso ambientale, non basta fermarsi alla condotta. È necessario ricostruire la sequenza che collega comportamento, contesto, danno, vittime e responsabilità.
Non esiste una motivazione unica.
In alcuni casi può prevalere il profitto economico o la riduzione dei costi. In altri possono assumere maggiore importanza il potere, il controllo territoriale, il prestigio, la pressione organizzativa o il desiderio di mantenere una determinata posizione all’interno del gruppo.
Una condotta apparentemente simile può quindi avere significati psicologici molto diversi.
Anche il processo decisionale merita attenzione. Una persona può essere consapevole del rischio ma considerare il vantaggio ottenuto superiore alla possibilità di essere scoperta. Oppure può sottovalutare le conseguenze, concentrarsi sul beneficio immediato o ritenere che il danno sia troppo lontano per rappresentare una reale preoccupazione.
In questo senso, caratteristiche individuali come impulsività, aggressività, difficoltà di autoregolazione, ridotta capacità empatica o orientamento al vantaggio personale possono essere elementi da valutare, ma non costituiscono da sole una spiegazione del comportamento.
Il comportamento nasce dall’interazione tra individuo e contesto: storia personale, ambiente sociale, opportunità, incentivi, norme del gruppo e condizioni organizzative possono modificare profondamente il modo in cui una persona interpreta una situazione e prende una decisione.
Uno dei processi psicologici più interessanti è quello del disimpegno morale descritto da Albert Bandura.
Il disimpegno morale permette di neutralizzare, almeno in parte, il conflitto tra i propri principi e una condotta dannosa. La persona non deve necessariamente convincersi che il danno non esista: può reinterpretarlo in modo da renderlo più accettabile (Bandura, 1999).
Tra i meccanismi individuati da Bandura troviamo la giustificazione morale, l’uso di un linguaggio eufemistico, il confronto vantaggioso, lo spostamento o la diffusione della responsabilità, la minimizzazione delle conseguenze e l’attribuzione della colpa alla vittima (Bandura et al., 1996; Bandura, 1999).
In una situazione organizzativa, per esempio, la responsabilità può essere distribuita lungo una catena decisionale. Chi esegue può pensare di avere semplicemente seguito una disposizione; chi decide può considerare il proprio ruolo distante dalle conseguenze concrete.
Il problema diventa allora anche organizzativo.
Una pratica inizialmente percepita come scorretta può progressivamente diventare normale. “Si è sempre fatto così”, “lo fanno tutti”, “non è successo niente” sono esempi semplici di una narrazione che può contribuire a ridurre la percezione della gravità.
La ricerca sul disimpegno morale mostra che questi meccanismi possono contribuire a spiegare come persone e organizzazioni riescano a mantenere una rappresentazione positiva di sé anche quando sono coinvolte in comportamenti dannosi (Moore, 2015).
Nel campo ambientale il fenomeno è particolarmente interessante, perché il danno può essere lento, distribuito e difficilmente riconducibile a una singola persona. Studi recenti hanno inoltre applicato il concetto di disimpegno morale proprio alle condotte di irresponsabilità ambientale e alle trasgressioni organizzative (Zasuwa, 2025).
Un’altra caratteristica del danno ambientale riguarda la distanza tra autore e vittima.
La vittima può non essere presente quando la condotta viene compiuta. Può vivere molto lontano, può non sapere di essere esposta oppure può subire conseguenze soltanto dopo molto tempo.
Il danno può inoltre riguardare una comunità, un animale, un ecosistema o persone che ancora non sono nate.
Questa distanza può rendere più difficile attribuire un volto concreto alla vittima e può ridurre il peso psicologico delle conseguenze.
Anche l’empatia, quindi, va considerata con attenzione. Non è sufficiente chiedersi se una persona sia “empatica” in senso generale. È necessario capire verso chi viene rivolta l’empatia, quanto la vittima viene percepita come vicina e quanto il danno viene considerato concreto.
Quando la vittima è invisibile, lontana o rappresentata come una conseguenza astratta, diventa più facile perdere di vista il significato umano della condotta.
Il danno ambientale non riguarda soltanto ciò che accade all’ambiente. Può modificare il modo in cui le persone vivono il proprio territorio.
Per molte comunità il territorio rappresenta casa, memoria, relazioni, lavoro e appartenenza. Quando viene contaminato o distrutto, può cambiare anche la percezione di sicurezza.
Le ricerche sugli effetti psicologici dei disastri e della contaminazione ambientale hanno documentato associazioni con stress, ansia, depressione, sintomi post-traumatici e altre forme di disagio psicologico, con effetti che possono dipendere dalla gravità dell’evento, dalla durata dell’esposizione, dalle risorse disponibili e dal modo in cui la comunità affronta la situazione (Page, Petrie, & Wessely, 2006; Lowe et al., 2019; Sullivan et al., 2021).
Questo non significa che ogni disastro ambientale produca automaticamente un trauma psicologico. Anche in questo caso è necessario evitare generalizzazioni.
Può però esserci una perdita del senso di sicurezza, un aumento dell’incertezza, una maggiore sfiducia nelle istituzioni e un deterioramento del rapporto con il luogo in cui si vive.
Il caso di Seveso, nel 1976, è particolarmente significativo. L’incidente avvenuto nello stabilimento ICMESA determinò la dispersione di TCDD nell’area circostante e produsse conseguenze ambientali, sanitarie e sociali che andarono ben oltre il momento dell’incidente.
Guardare a Seveso attraverso una prospettiva criminopsicologica non significa attribuire diagnosi psicopatologiche ai protagonisti dell’evento. Significa osservare la catena che collega rischio, comportamento, comunicazione, esposizione, conseguenze e vissuto della popolazione.
Lo stesso ragionamento può essere applicato al caso di Manfredonia, dove nel 1976 un incidente nello stabilimento ANIC provocò la dispersione di composti dell’arsenico nell’ambiente. Anche qui, oltre alla dimensione industriale e sanitaria, emerge il problema dell’incertezza: sapere di essere potenzialmente esposti a una sostanza pericolosa significa anche non sapere immediatamente quali saranno le conseguenze e se il territorio in cui si vive possa ancora essere considerato sicuro.
La comunicazione del rischio assume quindi un ruolo importante. Informazioni poco chiare o contraddittorie possono alimentare paura e sfiducia, mentre la possibilità di comprendere ciò che sta accadendo e di ricevere informazioni affidabili può influenzare il modo in cui la popolazione affronta la situazione.
Il tema è particolarmente attuale anche alla luce di ciò che è accaduto in Italia durante l’estate 2026.
Quella del 2026 è stata registrata come l’estate più calda in Italia dal 1950, mentre gli incendi hanno interessato vaste aree del Paese. Secondo i dati diffusi dal WWF e riportati da ANSA, durante l’estate sono andati bruciati circa 70.000 ettari, con un aumento del 133% rispetto alla media degli ultimi vent’anni.
Questi dati rendono evidente quanto sia importante parlare di vulnerabilità ambientale, conseguenze sociali e percezione del rischio.
Ma c’è una precisazione necessaria: un danno ambientale non coincide automaticamente con un environmental crime.
Un incendio può avere origine naturale, accidentale, colposa o dolosa. Per parlare di condotta criminale occorre accertarne le caratteristiche e la rilevanza giuridica.
La Green Criminology permette proprio di mantenere insieme questi diversi livelli: l’evento, il danno, le vittime, le responsabilità e il contesto nel quale il fenomeno si produce.
Ed è anche per questo che la psicologia non dovrebbe essere utilizzata per trovare spiegazioni facili, ma per aggiungere elementi alla comprensione del fenomeno.
Gli animali occupano una posizione particolare nella Green Criminology.
Il maltrattamento può essere associato a aggressività, desensibilizzazione, ridotta empatia, bisogno di controllo o dinamiche di dominio. La letteratura ha inoltre evidenziato una relazione tra maltrattamento animale e violenza interpersonale in alcuni contesti, compresa la violenza nelle relazioni intime (Monsalve, Ferreira, & Garcia, 2017; Alleyne & Parfitt, 2019).
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda proprio la violenza domestica. L’animale può diventare uno strumento attraverso il quale esercitare potere e controllo sul partner o sugli altri componenti della famiglia (Fitzgerald et al., 2019).
Anche qui, però, è necessario evitare il determinismo.
Maltrattare un animale non significa automaticamente che una persona commetterà in futuro violenza contro un essere umano. La presenza di un’associazione statistica non autorizza a trasformarla in una previsione individuale.
L’analisi criminologica deve considerare la storia del soggetto, il contesto, le motivazioni e le altre variabili presenti.
Non tutti i danni ambientali possono essere ricondotti alla decisione di una sola persona.
Esistono imprese, gruppi strutturati, organizzazioni e sistemi nei quali le decisioni vengono distribuite tra più soggetti.
In questi casi diventa necessario chiedersi:
La responsabilità può essere distribuita, ma non per questo scompare.
Il gruppo può influenzare il comportamento attraverso conformismo, obbedienza, pressione dei pari e appartenenza. All’interno di un’organizzazione, inoltre, gli obiettivi economici e la cultura del risultato possono entrare in conflitto con considerazioni etiche.
Per questo l’analisi psicologica di una condotta ambientale non può fermarsi alla personalità del singolo. Deve considerare anche il sistema nel quale quella persona opera.
Un’analisi criminopsicologica può partire da alcune domande essenziali:
Soggetto: quali caratteristiche individuali e quale storia comportamentale presenta?
Motivazione: profitto, potere, controllo, pressione, appartenenza o altro?
Opportunità: quali condizioni hanno reso possibile la condotta?
Contesto: quale ruolo hanno avuto famiglia, gruppo, impresa, istituzioni o organizzazioni?
Vittima: chi ha subito il danno, direttamente o indirettamente?
Giustificazione: sono presenti negazione, minimizzazione, razionalizzazione o disimpegno morale?
Danno: quali conseguenze ambientali, fisiche, psicologiche, sociali ed economiche sono state prodotte?
Responsabilità: come si distribuisce tra individuo, gruppo, organizzazione e istituzioni?
Questa impostazione permette di evitare due errori opposti: ridurre tutto alla psicopatologia dell’autore oppure escludere completamente la dimensione psicologica.
Comprendere i processi psicologici coinvolti può avere anche una funzione preventiva.
Tra i fattori che possono aumentare il rischio di condotte dannose troviamo, a seconda dei casi, impulsività, aggressività, precedenti comportamentali devianti, disimpegno morale, incentivi economici e contesti organizzativi caratterizzati da scarsi controlli.
Sul versante opposto possono avere un ruolo protettivo la responsabilità personale, la capacità di valutare le conseguenze, l’autoregolazione, i valori prosociali, la supervisione e una cultura organizzativa orientata alla responsabilità.
La prevenzione, quindi, non riguarda soltanto il singolo individuo. Può intervenire sulla formazione, sull’organizzazione, sui sistemi di controllo, sulla comunicazione del rischio e sulle comunità.
La psicopatologia può offrire alla Green Criminology una chiave di lettura utile, purché venga utilizzata con cautela.
Non esiste un’unica personalità del responsabile di un danno ambientale. Non esiste una diagnosi capace di spiegare automaticamente una condotta criminale.
Esistono invece processi psicologici, motivazioni, decisioni, opportunità e contesti che possono interagire tra loro.
E, soprattutto, esiste un danno che può coinvolgere persone, animali, comunità ed ecosistemi, producendo conseguenze che non sempre sono immediate e non sempre sono facilmente visibili.
Studiare questi processi significa quindi non soltanto cercare di comprendere perché una condotta sia stata compiuta, ma anche individuare dove sia possibile intervenire prima che il danno si produca o si ripeta.
Comprendere un comportamento non significa giustificarlo. Significa ricostruire i processi individuali, relazionali e ambientali che possono renderlo possibile.
Nel campo della Green Criminology questo principio è particolarmente importante. Dietro un danno ambientale non c’è necessariamente una mente patologica, così come dietro una condotta criminale non c’è automaticamente una diagnosi.
Ci sono persone, decisioni, interessi, gruppi, organizzazioni e conseguenze.
Ed è proprio nell’interazione tra questi elementi che la psicologia può contribuire alla comprensione e alla prevenzione.