
Quando si parla di psicologia giuridica, emergono spesso rappresentazioni molto diverse tra loro.
C’è chi la associa esclusivamente ai tribunali, chi alla valutazione della personalità, chi alla figura dello psicologo che dovrebbe «scoprire la verità» attraverso test e colloqui.
La realtà è molto più complessa.
La psicologia giuridica e forense si colloca nell’area di intersezione tra psicologia, diritto e sistema giudiziario, applicando conoscenze scientifiche relative ai processi cognitivi, emotivi, comportamentali e relazionali a questioni che assumono rilevanza giuridica (Bartol & Bartol, 2021; Heilbrun, Marczyk, & Dematteo, 2002).
Non significa, quindi, semplicemente «portare la psicologia in tribunale».
Significa utilizzare metodi scientifici e competenze psicologiche specifiche in contesti nei quali le conclusioni di una valutazione possono avere conseguenze rilevanti sulla vita delle persone (Heilbrun, Marczyk, & Dematteo, 2002; American Psychological Association, 2013).
La psicologia giuridica studia e applica le conoscenze psicologiche in relazione al diritto, alla giustizia e ai comportamenti che assumono rilevanza giuridica (Bartol & Bartol, 2021).
Il suo campo di interesse comprende numerosi ambiti, tra cui:
La valutazione psicologica, tuttavia, non dovrebbe essere intesa come un semplice processo di applicazione di test. La letteratura scientifica sull’assessment evidenzia l’importanza di integrare differenti fonti e metodi di informazione, evitando di basare conclusioni complesse su un unico strumento (Meyer et al., 2001).
La formazione psicologica costituisce una base comune, ma il contesto clinico e quello forense non coincidono.
Nel lavoro clinico, l’obiettivo principale è generalmente il benessere della persona, il sostegno psicologico o il trattamento.
In ambito forense, invece, la valutazione è generalmente finalizzata a rispondere a uno specifico quesito rilevante per il procedimento (Heilbrun, Marczyk, & Dematteo, 2002).
Cambiano quindi finalità, destinatari, responsabilità, modalità di raccolta delle informazioni e conseguenze potenziali delle conclusioni (American Psychological Association, 2013).
Questa distinzione è particolarmente importante perché una valutazione forense richiede di mantenere una chiara separazione tra osservazione psicologica e decisione giuridica.
Lo psicologo può fornire elementi specialistici relativi al funzionamento psicologico della persona, ma non dovrebbe trasformare un’inferenza psicologica in una conclusione giuridica (Heilbrun, Marczyk, & Dematteo, 2002).
Nel contesto giudiziario si incontrano frequentemente le figure del Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) e del Consulente Tecnico di Parte (CTP).
Il CTU è il consulente nominato dal giudice quando sono necessarie specifiche competenze tecniche per approfondire determinati aspetti rilevanti nel procedimento.
Il CTP è invece il professionista incaricato da una delle parti per assisterla sotto il profilo tecnico.
I due ruoli non sono quindi sovrapponibili.
In entrambi i casi, la qualità dell’attività professionale dipende dalla capacità di distinguere chiaramente:
dati → metodo → interpretazione → conclusioni.
Una valutazione psicologica non dovrebbe quindi essere costruita sulla base di impressioni intuitive, ma attraverso una metodologia coerente con il quesito e con le evidenze disponibili (Heilbrun, Marczyk, & Dematteo, 2002).
La ricerca sull’assessment psicologico ha infatti sottolineato l’importanza dell’integrazione di differenti fonti di informazione e della valutazione critica dell’attendibilità e validità degli strumenti utilizzati (Meyer et al., 2001).
Questo è uno dei principi più importanti della psicologia applicata alla giustizia.
Lo psicologo non è il giudice.
Non stabilisce la colpevolezza o l’innocenza di una persona e non dovrebbe sostituirsi all’autorità giudiziaria nelle decisioni che appartengono al diritto.
Il suo compito è fornire una competenza psicologica specialistica relativa agli aspetti pertinenti al quesito (Heilbrun, Marczyk, & Dematteo, 2002).
Questo significa che una valutazione può descrivere e interpretare determinati aspetti del funzionamento psicologico, ma non può automaticamente rispondere a una domanda che appartiene esclusivamente alla sfera giuridica.
La distinzione tra dato psicologico e conclusione giuridica rappresenta quindi uno dei presupposti fondamentali di una corretta pratica forense.
Uno degli equivoci più diffusi riguarda gli strumenti psicologici.
Test, colloqui, osservazioni e strumenti psicodiagnostici non consentono di «leggere nella mente» di una persona.
E soprattutto, nessun singolo test psicologico può essere considerato una macchina capace di stabilire automaticamente la verità di un’affermazione o la responsabilità di un reato.
Gli strumenti devono essere interpretati all’interno di una valutazione complessiva.
La letteratura scientifica sull’assessment psicologico ha evidenziato proprio la necessità di considerare l’insieme delle informazioni disponibili e di valutare criticamente attendibilità, validità e limiti degli strumenti impiegati (Meyer et al., 2001).
Questo principio assume particolare rilevanza in ambito forense, dove una conclusione formulata sulla base di un singolo indicatore rischia di semplificare eccessivamente la complessità del caso.
Nessun test dovrebbe diventare una scorciatoia per arrivare a una conclusione.
Uno degli ambiti nei quali psicologia e giustizia entrano maggiormente in contatto è quello della memoria testimoniale.
La memoria umana non funziona come una videocamera che registra fedelmente ogni dettaglio di un evento.
Il ricordo è un processo ricostruttivo e può essere influenzato da numerosi fattori, tra cui attenzione, condizioni nelle quali l’evento è stato osservato, intervallo di tempo, informazioni ricevute successivamente, modalità delle domande e contesto di recupero (Loftus, 2005; Schacter, 1999).
La ricerca sperimentale ha dimostrato, per esempio, che informazioni fuorvianti presentate dopo un evento possono modificare il successivo ricordo dell’esperienza (Loftus & Hoffman, 1989).
La letteratura successiva ha ulteriormente documentato la malleabilità della memoria, mostrando come informazioni post-evento possano contribuire alla formazione di ricordi inaccurati (Loftus, 2005).
Questo non significa, tuttavia, che la memoria testimoniale sia necessariamente falsa o inattendibile.
Significa che deve essere valutata tenendo conto delle condizioni nelle quali il ricordo è stato acquisito, conservato e successivamente recuperato.
Questo aspetto è particolarmente importante quando vengono raccontati eventi traumatici.
Non è scientificamente corretto utilizzare una singola caratteristica narrativa come una sorta di «rilevatore di verità».
Un racconto può presentare omissioni, variazioni o difficoltà nell’ordine temporale senza che questo, da solo, dimostri che l’evento non sia avvenuto.
Allo stesso modo, un racconto estremamente dettagliato o una persona che appare molto sicura non costituiscono automaticamente una prova di veridicità.
Il rapporto tra sicurezza soggettiva e accuratezza è infatti complesso e dipende anche dalle modalità attraverso le quali la testimonianza o l’identificazione vengono raccolte (Wixted & Wells, 2017).
La ricerca ha mostrato che, in condizioni metodologicamente rigorose e soprattutto nelle identificazioni effettuate immediatamente e senza contaminazioni successive, la sicurezza iniziale del testimone può essere significativamente associata all’accuratezza (Wixted et al., 2015; Wixted & Wells, 2017).
Al contrario, procedure inadeguate, feedback successivi o condizioni che contaminano il processo di identificazione possono alterare la relazione tra sicurezza e accuratezza (Wixted & Wells, 2017).
La conclusione scientificamente corretta, quindi, non è:
«Chi è sicuro dice la verità.»
ma nemmeno:
«Chi è sicuro non è attendibile.»
È necessario valutare come, quando e in quali condizioni quella sicurezza è stata rilevata.
Anche il modo in cui viene condotto un colloquio può avere conseguenze importanti.
Domande suggestive, ripetute o formulate in modo da introdurre implicitamente determinate informazioni possono influenzare il recupero del ricordo (Loftus, 2005).
La ricerca sull’intervista investigativa ha mostrato l’importanza di utilizzare procedure strutturate e coerenti con le conoscenze scientifiche sulla memoria e sulle capacità comunicative, soprattutto nelle interviste con bambini e adolescenti (Lamb et al., 2007).
Il NICHD Investigative Interview Protocol, per esempio, è stato sviluppato proprio con l’obiettivo di migliorare la qualità delle informazioni raccolte durante le interviste investigative con i minori. La ricerca ha evidenziato un miglioramento della qualità e dell’informatività delle interviste quando viene utilizzato un protocollo strutturato (Lamb et al., 2007).
Questo porta a un principio generale:
non conta soltanto ciò che una persona ricorda, ma anche come quel ricordo viene raccolto.
Quando una persona che ha subito violenza entra in contatto con il sistema giudiziario, può essere chiamata a raccontare nuovamente esperienze potenzialmente traumatiche.
Il percorso giudiziario può quindi rappresentare una fonte ulteriore di stress e, in alcune circostanze, contribuire alla riattivazione di sintomi psicologici associati all’esperienza traumatica (Orth & Maercker, 2004).
Paura, ansia, vergogna, senso di colpa e sintomi post-traumatici possono manifestarsi dopo esperienze di violenza, anche se la risposta psicologica varia considerevolmente da persona a persona.
Dal punto di vista professionale, è quindi importante evitare interpretazioni semplicistiche del comportamento.
Una persona che appare emotivamente distaccata non è necessariamente priva di sofferenza.
Una persona che piange non dimostra automaticamente la veridicità del racconto.
Una persona che ricorda alcuni dettagli e ne dimentica altri non può essere valutata sulla base di un singolo elemento narrativo.
La valutazione deve essere complessiva, metodologicamente fondata e rispettosa dei limiti dell’inferenza psicologica.
È importante, inoltre, evitare di affermare che il procedimento giudiziario produca necessariamente una “re-traumatizzazione”: la ricerca empirica su questo punto è più cauta e non sostiene una relazione automatica tra processo e aumento dei sintomi post-traumatici (Orth & Maercker, 2004).
Un’altra distinzione importante riguarda psicologia giuridica e criminologia.
Sono ambiti che possono dialogare e, in alcuni contesti, integrarsi, ma non sono sinonimi.
La psicologia utilizza teorie, metodi e strumenti propri per studiare i processi psicologici, cognitivi, emotivi e comportamentali.
La criminologia, invece, è un campo interdisciplinare che studia il crimine, il comportamento criminale, la vittimizzazione, il controllo sociale e i fenomeni connessi (Bartol & Bartol, 2021).
Conoscere entrambe le prospettive può contribuire a una comprensione più ampia dei fenomeni legati alla criminalità e alla devianza, purché vengano mantenuti chiari i rispettivi confini professionali.
Avere una formazione criminologica, infatti, non equivale automaticamente a possedere una competenza psicodiagnostica o clinico-forense.
Allo stesso modo, essere psicologi non significa automaticamente possedere una formazione specialistica in criminologia.
Le competenze devono essere definite sulla base della formazione effettivamente acquisita.
Quando una valutazione psicologica entra in un procedimento giudiziario, le conseguenze possono essere significative.
Per questo non sono sufficienti:
La psicologia forense richiede invece metodo, documentazione, trasparenza e proporzionalità delle conclusioni rispetto alle evidenze disponibili (American Psychological Association, 2013; Heilbrun, Marczyk, & Dematteo, 2002).
La ricerca sull’assessment psicologico sottolinea infatti che la qualità di una valutazione dipende dalla solidità delle procedure utilizzate e dall’integrazione critica delle informazioni provenienti dalle diverse fonti (Meyer et al., 2001).
Soprattutto, bisogna saper riconoscere ciò che la psicologia può realmente affermare e ciò che invece non può stabilire.
È proprio questo limite a rendere scientificamente solida una valutazione.
Questo principio merita particolare attenzione.
Nel contesto forense, il professionista può essere chiamato a formulare inferenze psicologiche relative a una specifica questione.
Ma un’inferenza psicologica non equivale automaticamente a una conclusione giuridica (Heilbrun, Marczyk, & Dematteo, 2002).
La presenza di determinati sintomi psicologici, per esempio, può essere compatibile con differenti condizioni e non consente, da sola, di stabilire automaticamente la causa di quei sintomi.
Allo stesso modo, la presenza di un determinato tratto di personalità non permette automaticamente di dedurre che una persona abbia commesso uno specifico comportamento.
La psicologia può contribuire alla comprensione di determinati processi.
Non può trasformare un’ipotesi psicologica in una certezza giudiziaria.
È proprio la capacità di mantenere questi confini a rendere più solida la valutazione.
Su questo punto sono molto chiara:
la psicologia non è magia e lo psicologo non è un detective.
Non leggo nella mente delle persone.
Non cerco «segnali» per decidere chi dice la verità.
Non utilizzo un singolo test per trovare automaticamente una risposta.
Nel mio lavoro credo che una delle competenze più importanti sia proprio questa:
sapere fare domande, sapere ascoltare e sapere riconoscere i limiti delle proprie competenze.
Quando psicologia e diritto si incontrano, non servono risposte facili.
Servono metodo, responsabilità e rigore scientifico.
Serve sapere distinguere ciò che è un dato da ciò che è un’interpretazione.
Serve conoscere ciò che uno strumento può misurare e ciò che non può dimostrare.
Serve soprattutto comprendere che dietro ogni valutazione c’è una persona e che una conclusione professionale può avere conseguenze concrete sulla sua vita.
Per questo, quando la psicologia entra nel mondo della giustizia, la competenza non consiste nel trovare sempre una risposta.
A volte consiste nel sapere dire:
«Questo dato non è sufficiente per affermarlo.»
Ed è proprio questa capacità di riconoscere i limiti della conoscenza a rendere una valutazione realmente scientifica.
Perché quando una valutazione psicologica può incidere sulla vita di una persona, non c’è spazio per improvvisazione, intuizioni o verità costruite: c’è bisogno di scienza.