Possiamo prevedere chi commetterà un reato?

Possiamo sapere in anticipo se una persona commetterà un reato?

La valutazione del rischio di violenza e di comportamento criminale permette di stimare la probabilità che determinati comportamenti possano verificarsi, ma non consente di prevedere con certezza il futuro di una persona.

La realtà scientifica è molto più complessa.

La valutazione del rischio non consente di prevedere con certezza il comportamento futuro di una persona. Il suo obiettivo è piuttosto stimare la probabilità che determinati comportamenti possano verificarsi, considerando un insieme di fattori di rischio, fattori protettivi e caratteristiche specifiche della situazione.

Questa differenza non è soltanto terminologica. Ha importanti conseguenze cliniche, criminologiche, giudiziarie ed etiche.

Predire il futuro e valutare il rischio non sono la stessa cosa

Quando si parla di rischio di violenza, è fondamentale distinguere tra predizione e valutazione del rischio.

Una predizione assoluta implica una risposta sostanzialmente binaria: una persona commetterà oppure non commetterà un determinato comportamento.

La valutazione del rischio segue invece una logica probabilistica.

Il professionista cerca di comprendere quali condizioni possano aumentare o diminuire la probabilità di un determinato esito e quali elementi possano essere modificati attraverso un intervento.

Il rischio, quindi, non viene considerato come una caratteristica immutabile della persona.

Può cambiare nel tempo.

Una persona può presentare determinati fattori di rischio in un momento della propria vita e non presentarli più, oppure può sviluppare nuove condizioni che modificano significativamente il livello di rischio.

Questa concezione dinamica rappresenta uno dei principi fondamentali della moderna valutazione del rischio di violenza (Douglas & Skeem, 2005; Singh et al., 2011).

Che cosa significa realmente “rischio”?

In ambito criminologico e forense, il concetto di rischio non coincide semplicemente con la pericolosità percepita.

Per valutare il rischio di violenza occorre considerare diverse dimensioni: chi potrebbe essere esposto al rischio, quale tipo di comportamento potrebbe verificarsi, in quale arco temporale e in quali condizioni.

Una valutazione accurata dovrebbe quindi rispondere a domande molto più specifiche rispetto a:

“Questa persona è pericolosa?”

Per esempio:

  • Esiste un rischio di aggressione?
  • Nei confronti di chi?
  • In quali circostanze?
  • Quali fattori stanno aumentando il rischio?
  • Quali fattori lo stanno riducendo?
  • Il rischio è imminente oppure riguarda un periodo più lungo?
  • Quali condizioni potrebbero modificarlo?
  • Quali interventi potrebbero ridurlo?

La domanda non è quindi semplicemente se una persona sia pericolosa, ma come il rischio si configuri in uno specifico contesto.

I fattori di rischio statici

Uno degli elementi fondamentali della valutazione riguarda la distinzione tra fattori statici e dinamici.

I fattori statici sono caratteristiche che non possono essere modificate attraverso un intervento.

Tra questi possono rientrare, a seconda dello strumento e del tipo di rischio valutato:

  • precedenti comportamenti violenti;
  • storia criminale;
  • età al momento di precedenti reati;
  • alcune caratteristiche della storia personale;
  • precedenti violazioni di misure o prescrizioni.

Un precedente comportamento violento può essere particolarmente informativo perché fornisce informazioni sul comportamento passato.

Questo non significa, tuttavia, che una persona con precedenti violenti sia necessariamente destinata a commetterne altri.

Il passato può contribuire alla stima del rischio, ma non determina automaticamente il futuro (Douglas & Skeem, 2005; Fazel et al., 2012).

I fattori di rischio dinamici

Diversa è la situazione per i fattori dinamici, cioè elementi che possono cambiare nel tempo.

Possono riguardare, a seconda della situazione:

  • uso problematico di sostanze;
  • instabilità relazionale;
  • atteggiamenti favorevoli alla violenza;
  • difficoltà nella gestione della rabbia;
  • mancata adesione al trattamento;
  • condizioni ambientali;
  • stress;
  • accesso a determinate situazioni o persone;
  • disponibilità di supporto sociale.

Questi fattori sono particolarmente importanti perché possono rappresentare possibili obiettivi di intervento.

Se un fattore di rischio cambia, anche la valutazione complessiva può cambiare.

Per questo motivo una valutazione del rischio non dovrebbe essere considerata come una fotografia definitiva della persona.

È piuttosto una valutazione che deve essere aggiornata quando cambiano le condizioni rilevanti (Douglas & Skeem, 2005).

Fattori protettivi: non conta soltanto ciò che aumenta il rischio

Un errore frequente consiste nel concentrarsi esclusivamente sui fattori di rischio.

La valutazione contemporanea considera invece anche gli elementi che possono ridurre o moderare il rischio.

Possono essere rilevanti, per esempio:

  • una rete sociale stabile;
  • adesione al trattamento;
  • capacità di riconoscere i propri fattori di rischio;
  • strategie efficaci di regolazione emotiva;
  • stabilità abitativa e lavorativa;
  • relazioni non violente;
  • disponibilità di supporto professionale;
  • capacità di rispettare condizioni e prescrizioni.

Il rischio, quindi, non dovrebbe essere letto come una semplice somma di caratteristiche negative.

È il risultato di un’interazione complessa tra vulnerabilità, fattori di rischio, fattori protettivi e condizioni ambientali.

Perché la valutazione strutturata è importante?

Per molto tempo, la valutazione del rischio di violenza è stata affidata soprattutto al giudizio clinico non strutturato.

Il problema è che il giudizio umano può essere influenzato da numerosi errori cognitivi: stereotipi, informazioni salienti, eccessiva fiducia nelle proprie intuizioni e confirmation bias.

La ricerca ha mostrato che gli approcci strutturati possono fornire una base più sistematica per la valutazione rispetto al giudizio clinico non strutturato (Douglas & Skeem, 2005; Singh et al., 2011).

Una meta-analisi di Singh e colleghi (2011), che ha analizzato 68 studi comprendenti complessivamente 25.980 partecipanti e 88 campioni indipendenti, ha evidenziato una significativa variabilità nella validità predittiva degli strumenti di valutazione del rischio e nelle loro prestazioni in funzione dello strumento, della popolazione e dell’esito considerato (Singh et al., 2011).

Questo punto è fondamentale.

Uno strumento di valutazione del rischio non è una macchina capace di prevedere il futuro.

È uno strumento che aiuta il professionista a organizzare sistematicamente le informazioni disponibili.

Strumenti attuariali e strumenti strutturati

Nella pratica forense esistono differenti approcci alla valutazione del rischio.

Gli strumenti attuariali utilizzano combinazioni statisticamente definite di fattori associati a determinati esiti.

Gli approcci di structured professional judgment (SPJ) utilizzano invece linee guida strutturate che aiutano il professionista a considerare sistematicamente specifici fattori di rischio e di protezione, lasciando spazio al giudizio professionale nella formulazione finale.

Tra gli strumenti maggiormente conosciuti nella valutazione del rischio di violenza vi sono, per esempio, l’HCR-20, il VRAG e strumenti specifici per differenti popolazioni e tipologie di rischio.

Non tutti gli strumenti misurano la stessa cosa e non sono intercambiabili.

La scelta deve dipendere dalla domanda di valutazione, dalla popolazione, dal contesto e dal tipo di comportamento che si vuole analizzare (Singh et al., 2011; Fazel et al., 2012).

L’HCR-20: un esempio di valutazione strutturata

L’HCR-20 è uno degli strumenti più conosciuti nell’ambito della valutazione strutturata del rischio di violenza.

La versione più recente, HCR-20V3, organizza la valutazione intorno a diversi domini relativi alla storia, al funzionamento clinico e alla gestione del rischio (Douglas, Hart, Webster, & Belfrage, 2013).

L’obiettivo non è produrre un semplice numero che stabilisca se una persona sarà violenta.

La struttura dello strumento permette invece di analizzare sistematicamente elementi di rischio e di considerare come questi possano interagire con le condizioni future.

Questo rende particolarmente importante il passaggio dalla semplice classificazione alla formulazione del rischio (Douglas et al., 2014).

Il problema dei falsi positivi e dei falsi negativi

Nessuna valutazione del rischio è perfetta.

Esistono almeno due errori fondamentali.

Il falso positivo si verifica quando una persona viene considerata ad alto rischio ma non commette il comportamento previsto.

Il falso negativo si verifica invece quando una persona viene considerata a basso rischio ma successivamente manifesta il comportamento.

Questo problema è inevitabile quando si cerca di prevedere eventi relativamente poco frequenti.

Immaginiamo, per esempio, una popolazione nella quale soltanto una piccola percentuale delle persone commetterà una determinata forma di violenza.

Anche uno strumento con una buona accuratezza complessiva può produrre un numero significativo di falsi positivi.

Per questo motivo la valutazione del rischio deve essere interpretata all’interno del contesto, della prevalenza dell’evento e delle conseguenze associate agli errori di classificazione (Singh et al., 2011; Fazel et al., 2012).

Un rischio basso non significa rischio zero

Questa è forse una delle distinzioni più importanti.

Quando una valutazione indica un rischio basso, non significa che l’evento sia impossibile.

Significa che, sulla base delle informazioni disponibili e dello strumento utilizzato, la probabilità stimata è relativamente contenuta.

Allo stesso modo, un rischio elevato non significa che l’evento avverrà necessariamente.

Questa incertezza è intrinseca a qualsiasi valutazione probabilistica.

Per questo motivo, nella comunicazione professionale, è preferibile parlare di livelli e condizioni di rischio piuttosto che formulare affermazioni assolute sulla futura condotta di una persona.

Il rischio cambia nel tempo

Una delle caratteristiche più importanti del comportamento umano è la sua variabilità.

Una persona può attraversare periodi caratterizzati da elevato stress, abuso di sostanze, conflitti relazionali o mancata adesione al trattamento e successivamente trovarsi in condizioni completamente differenti.

Il contrario è altrettanto possibile.

Un rischio precedentemente basso può aumentare quando cambiano alcune condizioni.

Questa natura dinamica spiega perché la valutazione del rischio non dovrebbe essere considerata un’etichetta permanente.

Il concetto di risk management assume quindi un ruolo centrale: non limitarsi a stimare il rischio, ma individuare strategie concrete per ridurlo (Douglas & Skeem, 2005; Douglas et al., 2014).

Valutazione del rischio e prevenzione

La vera utilità della valutazione del rischio emerge quando le informazioni ottenute vengono utilizzate per orientare la prevenzione.

Se, per esempio, una valutazione evidenzia un problema di uso di sostanze, difficoltà nella regolazione della rabbia e forte instabilità relazionale, l’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente classificare la persona come “ad alto rischio”.

Dovrebbe essere possibile individuare quali fattori possono essere modificati e quali interventi possono ridurre la probabilità di un comportamento violento.

Questo è uno dei motivi per cui la valutazione strutturata viene collegata sempre più alla gestione del rischio e alla pianificazione degli interventi (Douglas & Skeem, 2005; Douglas et al., 2014).

La domanda diventa quindi:

“Che cosa possiamo modificare per ridurre il rischio?”

e non soltanto:

“Quanto è rischiosa questa persona?”

Il rischio non è una caratteristica della personalità

Dire che una persona è “pericolosa” può sembrare una descrizione semplice, ma dal punto di vista scientifico rischia di essere estremamente riduttivo.

Il rischio non è necessariamente una caratteristica stabile della personalità.

È più corretto considerarlo come una probabilità che emerge dall’interazione tra caratteristiche individuali, storia comportamentale, condizioni psicologiche, ambiente e circostanze specifiche (Douglas & Skeem, 2005).

Questo è particolarmente importante perché permette di evitare uno dei principali rischi della criminologia: trasformare una valutazione probabilistica in un’etichetta identitaria.

Una persona non coincide con il proprio punteggio di rischio.

E il criminal profiling?

La valutazione del rischio non deve essere confusa con il criminal profiling.

Il profiling cerca di formulare inferenze sulle caratteristiche di un autore sconosciuto a partire da informazioni relative al comportamento criminale e alla scena del crimine.

La valutazione del rischio, invece, riguarda generalmente una persona identificata e cerca di stimare la probabilità di determinati comportamenti futuri in uno specifico contesto.

Sono quindi strumenti e finalità differenti.

Confonderli significa attribuire al profiling capacità predittive che non gli appartengono necessariamente e, allo stesso tempo, ridurre la complessità della valutazione del rischio a una semplice “lettura della personalità”.

Possiamo quindi prevedere chi commetterà un reato?

La risposta scientificamente più corretta è: non con certezza.

Possiamo identificare fattori associati a una maggiore probabilità di violenza, utilizzare strumenti strutturati, formulare ipotesi sul rischio e individuare condizioni che possono aumentarlo o ridurlo.

Non possiamo però trasformare queste informazioni in una certezza individuale.

La ricerca sulla valutazione del rischio mostra infatti che la capacità predittiva degli strumenti è necessariamente imperfetta e che l’incertezza non può essere eliminata (Singh et al., 2011; Fazel et al., 2012).

Questo non rende inutile la valutazione.

Al contrario, significa che deve essere utilizzata per ciò che realmente può offrire: supportare decisioni professionali più informate e orientare la prevenzione e la gestione del rischio.

L’angolo della psico

Quando si parla di rischio di violenza, credo che la prima cosa da ricordare sia che valutare non significa predire il futuro.

Come psicologa, trovo particolarmente importante evitare l’idea che una persona possa essere ridotta a un’etichetta come “pericolosa”, “violenta” o “a rischio”.

Una valutazione professionale dovrebbe invece cercare di comprendere quali fattori stanno contribuendo al rischio, quali possono essere modificati e quali risorse possono essere attivate.

Perché il rischio non è necessariamente statico.

Può aumentare, diminuire e, in determinate condizioni, essere gestito.

Questo non significa sottovalutare la possibilità di violenza. Significa affrontarla con strumenti scientifici, evitando sia l’eccessiva rassicurazione sia l’allarmismo.

E forse è proprio questa la differenza più importante tra una valutazione del rischio e un giudizio sulla persona: la prima cerca informazioni per prevenire; il secondo rischia di trasformare una probabilità in un’identità.

Per questo, quando mi viene chiesto se possiamo sapere chi commetterà un reato, la risposta che ritengo più corretta è semplice:

non possiamo sapere con certezza cosa farà una persona. Possiamo però studiare ciò che aumenta il rischio, riconoscere ciò che lo riduce e intervenire prima che il rischio si trasformi in violenza.

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