Vittimologia e criminologia: perché devono dialogare

Un approccio integrato alla devianza, alla vittimizzazione e alla prevenzione della violenza

ARTICOLO DERIVATO DA UNA RELAZIONE CONGRESSUALE

Il presente articolo nasce dalla relazione “La vittimologia e la criminologia: nuovi spunti per una cooperazione tra scienze”, presentata dalla Dott.ssa Ilaria-Francesca Bombarda in qualità di relatrice al Convegno ANFOC, Perugia, 11–12 maggio 2025.
Il contenuto è stato successivamente rielaborato e adattato alla divulgazione scientifica online.

Quando parlare di criminalità significa parlare anche di persone

Parlare oggi di criminalità significa confrontarsi con fenomeni complessi, nei quali si intrecciano dimensioni individuali, psicologiche, relazionali e sociali (Farrington, Gaffney, & Ttofi, 2017; Ayano et al., 2024).

Termini come sicurezza, giustizia, devianza e vulnerabilità vengono frequentemente utilizzati nel dibattito pubblico, ma rischiano di perdere parte della loro complessità quando vengono trasformati in categorie semplicistiche. La relazione presentata al convegno ANFOC nasce proprio dalla necessità di interrogarsi su questo problema: come possiamo comprendere la criminalità senza ridurre le persone a etichette?

La criminologia e la vittimologia possono offrire, da questo punto di vista, prospettive complementari. La letteratura vittimologica ha progressivamente ampliato l’attenzione scientifica verso l’esperienza della vittima, le caratteristiche della vittimizzazione, le sue conseguenze e le relazioni tra vittima, autore e sistema sociale (Fattah, 2002; Turvey, 2014).

Studiare esclusivamente l’autore del reato rischia di lasciare in secondo piano la persona che ha subito il danno. Concentrarsi soltanto sulla vittima, invece, può impedire di comprendere i processi individuali e sociali che contribuiscono alla genesi della devianza.

È quindi necessario un dialogo tra discipline.

Criminologia e vittimologia: due prospettive che devono incontrarsi

La criminologia studia il fenomeno criminale nelle sue molteplici dimensioni: il comportamento deviante, l’autore del reato, i fattori di rischio, il contesto sociale e i processi di prevenzione (Farrington, Gaffney, & Ttofi, 2017).

La vittimologia concentra invece l’attenzione sulla vittima, sulla sua esperienza, sulle conseguenze della vittimizzazione e sulle dinamiche che possono caratterizzare il rapporto tra persona offesa, autore e sistema sociale (Fattah, 2002; Turvey, 2014).

Per lungo tempo, la vittima ha occupato una posizione marginale nel discorso criminologico. La relazione presentata a Perugia sottolineava proprio la necessità di riportarla al centro, non come semplice destinataria di compassione, ma come persona portatrice di diritti, bisogni e una propria complessità psicologica e sociale (Mastrocinque, 2010; Fattah, 2002).

Questa prospettiva diventa particolarmente importante quando si considera la possibilità di una vittimizzazione secondaria, cioè di un’ulteriore sofferenza determinata dalle modalità attraverso cui la vittima viene accolta, ascoltata o trattata dalle istituzioni, dai professionisti, dai media o dalla stessa comunità (Orth & Maercker, 2004; Campbell & Raja, 1999).

Il mito del criminale “diverso da noi”

Uno degli aspetti più delicati riguarda la rappresentazione dell’autore di reato.

Nel senso comune persiste l’idea che il criminale sia una persona radicalmente diversa dalla “società sana”: un individuo necessariamente patologico, pericoloso o deviante per natura.

Una simile rappresentazione è però riduttiva.

La relazione presentata al convegno evidenziava come non tutti coloro che commettono reati siano psicopatici e come la provenienza da contesti socialmente svantaggiati non determini automaticamente una traiettoria criminale. La personalità e il comportamento deviante devono essere considerati all’interno di un’interazione dinamica tra fattori individuali, familiari, scolastici e sociali (Farrington, Gaffney, & Ttofi, 2017; Jolliffe et al., 2017; Ayano et al., 2024).

Tra i fattori di rischio individuati nella relazione rientrano, per esempio, impulsività e difficoltà di autocontrollo, esperienze di abuso e trascuratezza, esposizione alla violenza familiare, insuccesso scolastico, esclusione sociale, marginalità e normalizzazione della violenza (Loeber & Farrington, 2000; Assink et al., 2015; Ayano et al., 2024).

Ma parlare di rischio significa anche parlare di protezione.

Relazioni significative, modelli educativi positivi, esperienze di successo e capacità riflessive possono rappresentare importanti risorse nello sviluppo individuale (Yoon et al., 2023; Ayano et al., 2024).

Questo porta a una considerazione fondamentale: un fattore di rischio non equivale a un destino.

La violenza come comportamento da comprendere, non da giustificare

Comprendere le origini di un comportamento violento non significa giustificarlo.

Significa cercare di comprendere quali processi abbiano contribuito alla sua comparsa.

La relazione presentata a Perugia proponeva di guardare al crimine anche come possibile espressione disfunzionale di bisogni umani fondamentali: bisogno di riconoscimento, appartenenza, potere, possesso o affermazione di sé.

Questa prospettiva permette di spostare l’attenzione dalla semplice domanda:

“Che cosa ha fatto questa persona?”

verso interrogativi più complessi:

“Quali fattori hanno contribuito a questo comportamento?”

“Quali dinamiche lo hanno mantenuto?”

“È possibile intervenire prima che si ripeta?”

Sono domande fondamentali soprattutto quando l’obiettivo non è soltanto descrivere il fenomeno criminale, ma sviluppare strategie di prevenzione (Farrington, Gaffney, & Ttofi, 2017; Brantingham & Faust, 1976).

Quando la devianza diventa un linguaggio

Un altro tema affrontato nella relazione riguarda in particolare la devianza giovanile.

Un comportamento deviante può essere letto anche come una modalità disfunzionale di comunicare un disagio, una difficoltà identitaria, un bisogno di appartenenza o una richiesta di riconoscimento.

Questo non significa attribuire automaticamente un significato psicologico a ogni comportamento criminale.

Significa, piuttosto, ricordare che dietro un comportamento esiste una persona inserita in una storia e in un contesto (Loeber & Farrington, 2000; Jolliffe et al., 2017).

Per questo, soprattutto nell’ambito della prevenzione, può essere utile affiancare alla domanda “che cosa ha fatto?” altre domande:

“Che cosa sta cercando di comunicare?”

“Quali esperienze hanno preceduto quel comportamento?”

“Quali risorse possono essere attivate?”

La comprensione non sostituisce la responsabilità individuale. Può però contribuire a rendere più efficace l’intervento.

La vittima e il rischio della vittimizzazione secondaria

Se comprendere l’autore è importante, altrettanto importante è non perdere di vista la vittima.

La vittimizzazione non termina necessariamente con la conclusione dell’evento criminale.

Una persona può trovarsi successivamente a dover raccontare più volte ciò che è accaduto, confrontarsi con reazioni sociali inadeguate, sentirsi giudicata oppure percepire di non essere stata creduta o adeguatamente ascoltata (Orth & Maercker, 2004; Campbell & Raja, 1999).

La relazione presentata al convegno sottolineava proprio la necessità di considerare l’assistenza alla vittima non come un atto di pietà, ma come una responsabilità sistemica, che richiede formazione specialistica, strumenti adeguati e una prospettiva integrata (Mastrocinque, 2010).

È un passaggio particolarmente importante anche dal punto di vista psicologico.

La risposta dell’ambiente può infatti influire sul modo in cui la persona elabora l’esperienza vissuta.

Prevenire significa intervenire su più livelli

La prevenzione della criminalità non può essere ridotta esclusivamente alla risposta repressiva.

Nella relazione sono stati distinti tre livelli di prevenzione:

  • universale, rivolta alla popolazione generale;
  • selettiva, rivolta a gruppi caratterizzati da specifici fattori di rischio;
  • mirata, rivolta a persone già coinvolte in percorsi di devianza o criminalità (Brantingham & Faust, 1976).

Questa distinzione permette di comprendere quanto sia importante intervenire prima che il comportamento violento o criminale si consolidi.

La prevenzione può riguardare la persona, la famiglia, la scuola, i servizi, le comunità e le politiche sociali (Brantingham & Faust, 1976; Farrington, Gaffney, & Ttofi, 2017).

Un approccio realmente efficace deve quindi essere necessariamente interdisciplinare.

Perché criminologia e vittimologia devono dialogare

La complessità del fenomeno criminale rende difficile pensare che una singola disciplina possa fornire tutte le risposte.

Criminologia, psicologia, vittimologia, sociologia, pedagogia e altre discipline possono contribuire, da prospettive differenti, alla comprensione dei fenomeni di devianza e vittimizzazione (Fattah, 2002; Turvey, 2014).

La relazione presentata al convegno ANFOC proponeva proprio questo cambio di prospettiva: superare la frammentazione dei saperi per costruire una lettura interdisciplinare capace di collegare autore, vittima, contesto e prevenzione.

Non significa confondere i ruoli delle diverse discipline.

Significa far dialogare competenze differenti.

Dalla punizione alla prevenzione

Una società che affronta la criminalità esclusivamente attraverso la punizione rischia di intervenire quando il danno è già avvenuto.

La prevenzione richiede invece di interrogarsi sui fattori che precedono il comportamento criminale e sulle condizioni che possono aumentare o ridurre il rischio (Farrington, Gaffney, & Ttofi, 2017).

Allo stesso tempo, prevenire significa proteggere le vittime e ridurre il rischio di ulteriori forme di vittimizzazione.

La relazione presentata a Perugia proponeva quindi una concezione della giustizia capace di affiancare alla responsabilità anche la comprensione, la prevenzione e la possibilità di trasformazione.

Una nuova responsabilità per le scienze che studiano il crimine

Studiare criminalità e vittimizzazione non dovrebbe significare semplicemente classificare le persone.

Dovrebbe significare comprendere.

Comprendere non equivale a giustificare.

Significa riconoscere che il comportamento umano è complesso e che una risposta efficace alla violenza richiede conoscenze integrate, interventi specialistici e capacità di leggere contemporaneamente il singolo individuo e il contesto nel quale vive.

La criminologia può interrogarsi sulle dinamiche della devianza.

La vittimologia può restituire centralità all’esperienza della persona offesa.

La psicologia può contribuire alla comprensione dei processi individuali e relazionali.

La prevenzione può trasformare queste conoscenze in interventi concreti.

È proprio nell’incontro tra queste prospettive che può emergere una risposta più completa.

L’angolo della psico

Quando si parla di criminalità, vittime e autori di reato, credo che la difficoltà più grande sia mantenere la capacità di vedere la persona oltre l’etichetta.

Come psicologa, ritengo che comprendere i processi che possono contribuire alla devianza non significhi attenuare la responsabilità di chi commette un reato. Allo stesso modo, comprendere la complessità dell’autore non deve mai significare spostare sulla vittima una responsabilità che non le appartiene.

Significa, piuttosto, cercare di comprendere come si costruisce la violenza, quali fattori possono alimentarla, quali condizioni possono interromperla e come possiamo evitare che una vittima venga nuovamente ferita dal sistema chiamato a proteggerla.

È questa, per me, una delle ragioni più importanti per cui criminologia e vittimologia devono dialogare.

Perché dietro il reato esiste un comportamento da comprendere, dietro la vittimizzazione esiste una persona da tutelare e, tra questi due poli, esiste una società chiamata a interrogarsi sulla propria capacità di prevenire.

Nessuna vittima dovrebbe essere ridotta al trauma che ha subito. Nessun autore dovrebbe essere ridotto al reato commesso. E nessun intervento realmente efficace può prescindere dalla complessità dell’essere umano.

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