
Quando si parla di violenza nelle relazioni intime, una delle domande più frequenti è anche una delle più semplicistiche:
«Perché non se ne va?»
La domanda può sembrare intuitiva, ma contiene un presupposto problematico: che allontanarsi da una relazione violenta sia principalmente una questione di volontà individuale.
La ricerca scientifica mostra un quadro molto più complesso. Il processo di uscita da una relazione caratterizzata da violenza è influenzato dall’interazione tra fattori psicologici, relazionali, materiali e sociali. Risorse economiche, possibilità abitative, rete sociale, presenza di figli, paura delle conseguenze della separazione, minacce, accessibilità dei servizi e condizioni di sicurezza possono incidere concretamente sulla possibilità di interrompere la relazione (Anderson & Saunders, 2003; Robinson, Ravi, & Voth Schrag, 2021).
Per questo, chiedere semplicemente «perché non se ne va?» rischia di trasformare una situazione complessa in una presunta mancanza di volontà.
Comprendere questi meccanismi non significa negare la capacità decisionale della persona né giustificare la violenza. Significa riconoscere che una decisione può essere condizionata da circostanze psicologiche, relazionali e materiali che rendono l’uscita difficile, rischiosa o temporaneamente non praticabile.
Quando pensiamo alla violenza nelle relazioni, immaginiamo spesso l’aggressione fisica.
La violenza da parte del partner, tuttavia, comprende una gamma più ampia di comportamenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la violenza da parte del partner come un insieme di comportamenti che possono provocare danni fisici, sessuali o psicologici e comprendono anche comportamenti di controllo esercitati dal partner o dall’ex partner (World Health Organization, 2026).
Possono quindi rientrare in una dinamica di violenza, a seconda del contesto e della loro funzione:
È importante, tuttavia, non considerare automaticamente ogni conflitto di coppia come violenza.
La valutazione psicologica deve tenere conto della frequenza, della gravità, della persistenza e del contesto dei comportamenti, oltre che delle dinamiche di potere, controllo e intimidazione presenti nella relazione.
La violenza, quindi, non coincide necessariamente con ciò che lascia un segno visibile.
In alcuni casi, il danno riguarda soprattutto la progressiva riduzione dell’autonomia, della libertà personale e della fiducia nelle proprie capacità.
La violenza psicologica presenta una particolare complessità anche perché può svilupparsi gradualmente.
Una persona potrebbe non identificare immediatamente determinati comportamenti come abusanti. Alcune condotte possono inizialmente essere interpretate come gelosia, preoccupazione, conflitto o difficoltà relazionale. Il problema emerge quando tali comportamenti diventano parte di un pattern persistente di controllo, svalutazione, intimidazione o limitazione dell’autonomia.
Nel tempo possono comparire pensieri come:
«Forse sto esagerando.»
«Forse sono io il problema.»
«Forse, se cambiassi il mio comportamento, tutto migliorerebbe.»
Non è corretto interpretare automaticamente questi pensieri come una caratteristica individuale della vittima.
Possono invece essere compresi anche alla luce della dinamica relazionale nella quale la persona è inserita.
La ricerca mostra che la violenza psicologica è associata a importanti conseguenze sulla salute mentale. Una revisione sistematica con meta-analisi condotta da Dokkedahl e colleghi ha incluso 194 studi, dei quali 149 sono stati utilizzati nelle meta-analisi, per un totale di oltre 229.000 partecipanti. Gli autori hanno rilevato associazioni significative tra violenza psicologica e PTSD, depressione e ansia, con l’associazione più forte osservata per il PTSD. Il controllo coercitivo, in particolare, ha mostrato una forte associazione con i sintomi post-traumatici nelle donne (Dokkedahl et al., 2022).
È però importante interpretare questi risultati con rigore: la maggior parte degli studi inclusi era di tipo trasversale e gli autori hanno valutato la certezza complessiva dell’evidenza come bassa. Un’associazione statistica, pertanto, non equivale automaticamente a una relazione causale semplice e identica per ogni persona.
Questo punto è fondamentale nella divulgazione scientifica: la violenza psicologica può rappresentare un importante fattore di rischio per la salute mentale, ma le conseguenze individuali dipendono da molteplici variabili.
Non esiste una risposta unica.
La ricerca sul processo di uscita dalle relazioni abusive mostra che la decisione di lasciare il partner è associata sia a fattori materiali sia a fattori psicologici e sociali. Inoltre, l’uscita non deve necessariamente essere interpretata come un singolo evento, ma può svilupparsi attraverso un processo caratterizzato da cambiamenti progressivi nel modo in cui la persona interpreta la relazione e valuta le proprie possibilità (Anderson & Saunders, 2003).
Una persona può trovarsi contemporaneamente ad affrontare:
Questi fattori possono interagire tra loro.
La dipendenza economica può rendere difficile interrompere la relazione; l’isolamento può ridurre le possibilità di ricevere aiuto; la paura può ostacolare la richiesta di supporto; la mancanza di alternative abitative può rendere concretamente difficile separarsi.
Per questo l’uscita non dovrebbe essere interpretata esclusivamente come una decisione psicologica.
È anche una questione di risorse, condizioni ambientali e sicurezza.
Un errore frequente consiste nel pensare che una relazione violenta debba essere caratterizzata esclusivamente da comportamenti negativi.
Non necessariamente.
Una relazione può aver contenuto amore, intimità, progettualità, momenti di serenità e un autentico legame affettivo.
Questo non rende meno grave la violenza.
Significa semplicemente che le esperienze emotive all’interno di una relazione possono essere complesse e persino contraddittorie.
In alcune relazioni caratterizzate da abuso è stata studiata l’ipotesi del traumatic bonding, secondo la quale l’alternanza tra maltrattamento e momenti di riavvicinamento o rinforzo positivo può contribuire, in determinate condizioni, alla formazione di forti legami emotivi con il partner abusante (Dutton & Painter, 1993).
È però fondamentale evitare una semplificazione.
Il traumatic bonding non costituisce una spiegazione universale del perché una persona rimane in una relazione violenta.
La permanenza può dipendere da una combinazione molto più ampia di fattori psicologici, relazionali, economici e sociali.
È quindi possibile che una persona provi contemporaneamente attaccamento, paura, speranza e desiderio di allontanarsi.
Questa ambivalenza non rende la violenza meno reale.
La ricerca ha evidenziato che il leaving process può comprendere diversi cambiamenti nel modo in cui la persona interpreta la relazione, valuta il rischio, considera le alternative e costruisce progressivamente le condizioni per l’allontanamento (Anderson & Saunders, 2003).
Per alcune persone possono verificarsi momenti differenti:
riconoscere la violenza → pensare di andarsene → cercare aiuto → allontanarsi → tornare → cercare nuovamente supporto → prepararsi a lasciare.
Non tutte le persone seguono questa sequenza e non tutte attraversano le stesse fasi.
Il punto fondamentale è che un ritorno nella relazione non permette, da solo, di stabilire che la violenza non fosse grave.
Il comportamento deve essere interpretato nel contesto.
Questa è una delle forme più frequenti di victim blaming.
La persona lascia il partner e successivamente ritorna.
Da qui il giudizio:
«Allora evidentemente non stava così male.»
Ma il comportamento successivo alla violenza non può essere interpretato senza considerare il contesto nel quale si verifica.
Una revisione sistematica di Robinson, Ravi e Voth Schrag ha analizzato 29 studi relativi alle barriere alla richiesta di aiuto formale da parte di adulti che avevano sperimentato violenza da parte del partner. Gli autori hanno individuato sei categorie principali di ostacoli: scarsa conoscenza dei servizi, difficoltà di accesso, conseguenze della divulgazione della violenza, carenza di risorse materiali, barriere personali e fallimenti dei sistemi di supporto (Robinson et al., 2021).
Questo significa che il semplice consiglio «chiedi aiuto» non è necessariamente sufficiente.
La persona potrebbe non sapere a chi rivolgersi, potrebbe non avere risorse economiche o abitative, potrebbe temere conseguenze negative della denuncia o della separazione, oppure potrebbe aver avuto precedenti esperienze negative con i servizi.
Anche i fattori che facilitano la richiesta di aiuto sono molteplici. Una revisione sistematica ha evidenziato il ruolo di variabili individuali, interpersonali e socioculturali, oltre all’importanza di servizi accessibili e percepiti come competenti e sicuri (Ravi, Robinson, & Voth Schrag, 2022).
Di conseguenza, il ritorno nella relazione non dovrebbe essere utilizzato come prova contro la vittima.
Può riflettere ambivalenza, paura, attaccamento, speranza di cambiamento, dipendenza economica, isolamento o difficoltà concrete nel costruire un’alternativa.
Comprendere il comportamento non significa approvare la violenza.
Significa evitare di trasformare la persona che subisce violenza nella responsabile della propria situazione.
Chiedere aiuto significa spesso rendere visibile una situazione che fino a quel momento è rimasta privata.
La persona può temere di non essere creduta, di essere giudicata, di provocare una reazione del partner o di perdere risorse importanti.
Può inoltre non sapere a chi rivolgersi.
La ricerca evidenzia infatti che le barriere alla richiesta di aiuto non sono esclusivamente psicologiche: riguardano anche l’accessibilità dei servizi, le risorse materiali, le conseguenze percepite della disclosure e il funzionamento dei sistemi di supporto (Robinson et al., 2021).
Al contrario, servizi accessibili, competenti e percepiti come sicuri possono facilitare il processo di richiesta di aiuto (Ravi et al., 2022).
La risposta dell’ambiente può quindi contribuire a determinare se la persona continuerà o meno a cercare supporto.
È importante mantenere una prospettiva inclusiva.
La violenza nelle relazioni intime può riguardare persone di genere diverso e può verificarsi anche nelle relazioni tra persone dello stesso sesso.
La letteratura evidenzia tuttavia differenze nella prevalenza, nelle forme della violenza, nelle conseguenze e nelle modalità di accesso ai servizi.
Nel caso della violenza contro le donne, i dati più recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indicano che quasi una donna su tre nel mondo, circa 840 milioni di donne, ha sperimentato nel corso della vita violenza da parte del partner o violenza sessuale da parte di una persona diversa dal partner. Le stime aggiornate sono basate sui dati raccolti tra il 2000 e il 2023 in 168 Paesi e aree. (World Health Organization, 2025).
La violenza da parte del partner rimane quindi un importante problema di salute pubblica e di diritti umani.
Questo dato non deve però portare a rendere invisibili le vittime maschili o le persone appartenenti a minoranze sessuali.
La letteratura sottolinea infatti la necessità di servizi accessibili e sensibili alle differenti esperienze delle persone che subiscono violenza, considerando anche le barriere specifiche che possono incontrare uomini e persone LGBTQIA+ (Robinson et al., 2021).
Parlare di violenza in modo scientificamente corretto significa quindi riconoscere sia la dimensione di genere del fenomeno, quando supportata dai dati, sia la sua eterogeneità individuale e sociale.
Su questo punto è necessario essere chiari.
La responsabilità dell’atto violento appartiene a chi lo agisce.
La persona che subisce violenza non diventa responsabile perché è rimasta.
Non diventa responsabile perché è tornata.
Non diventa responsabile perché ha perdonato.
Non diventa responsabile perché continua ad amare il partner.
E non diventa responsabile perché non ha riconosciuto immediatamente la natura abusante della relazione.
La permanenza nella relazione e la responsabilità della violenza sono infatti due questioni differenti.
Una persona può avere difficoltà a interrompere una relazione senza che ciò significhi scegliere liberamente di subire la violenza.
Questa distinzione è fondamentale anche dal punto di vista clinico.
Un altro equivoco riguarda il periodo successivo alla separazione.
Si potrebbe pensare che, una volta terminata la relazione, il disagio psicologico debba diminuire immediatamente.
Non sempre accade.
La separazione può comportare contemporaneamente sollievo e paura, libertà e solitudine, speranza e dolore.
La revisione di Anderson e Saunders ha evidenziato come, in alcune persone, il periodo immediatamente successivo all’uscita dalla relazione possa essere caratterizzato da un significativo disagio psicologico, soprattutto quando la persona ha attraversato elevati livelli di stress (Anderson & Saunders, 2003).
La conclusione della relazione, quindi, non coincide necessariamente con la conclusione delle conseguenze psicologiche dell’esperienza.
Il recupero può richiedere tempo.
Il supporto psicologico può rappresentare una componente importante del percorso, ma deve essere inserito all’interno di una valutazione complessiva della situazione.
L’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente convincere la persona a lasciare il partner.
Un intervento adeguato deve considerare, quando necessario, la sicurezza, il rischio, le risorse disponibili, la rete sociale, le condizioni economiche e abitative, l’eventuale presenza di figli e le conseguenze psicologiche della violenza.
Dal punto di vista clinico, può essere utile lavorare sul riconoscimento delle dinamiche disfunzionali e abusive, sul recupero dell’autoefficacia, sulla regolazione emotiva, sull’elaborazione delle conseguenze psicologiche della violenza quando presenti e sulla ricostruzione progressiva dell’autonomia.
Le evidenze disponibili sugli interventi psicosociali sono incoraggianti, ma devono essere interpretate con prudenza.
Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata da Micklitz e colleghi ha esaminato studi randomizzati controllati sugli interventi psicosociali rivolti a persone che avevano subito violenza da parte del partner. La revisione ha incluso 80 studi nella sintesi qualitativa e 40 nelle meta-analisi. I risultati hanno evidenziato effetti favorevoli su alcuni esiti di salute mentale e psicosociali, ma anche una significativa eterogeneità tra gli interventi e limiti nella qualità delle evidenze (Micklitz et al., 2024).
Questo dato è importante perché evita una promessa irrealistica:
il supporto psicologico può essere utile, ma non costituisce da solo una soluzione alla violenza.
La violenza è infatti un fenomeno complesso che, quando necessario, richiede una risposta integrata psicologica, sanitaria, sociale e giuridica.
Lavorare con una persona che vive una relazione violenta richiede particolare attenzione.
Dire semplicemente:
«Devi lasciarlo.»
può sembrare una risposta protettiva, ma non tiene necessariamente conto della complessità della situazione.
Il professionista dovrebbe invece aiutare la persona a comprendere ciò che sta vivendo, valutare i rischi, individuare le risorse disponibili e recuperare progressivamente la capacità di prendere decisioni informate.
Questo non significa assumere una posizione neutrale nei confronti della violenza.
Significa assumere una posizione chiara nei confronti della sicurezza, della dignità e dell’autodeterminazione della persona, senza trasformare l’intervento professionale in una nuova forma di controllo.
La ricerca sui fattori che facilitano la richiesta di aiuto sottolinea proprio l’importanza di servizi competenti, accessibili, sensibili e orientati ai bisogni delle persone che subiscono violenza (Ravi et al., 2022).
Forse dovremmo smettere di chiedere:
«Perché non se ne va?»
e iniziare a chiederci:
«Che cosa sta vivendo questa persona?»
«Quali fattori rendono difficile l’uscita?»
«Quali risorse le mancano?»
«Come possiamo aumentare la sua sicurezza?»
«Di quale sostegno ha bisogno per poter scegliere?»
La differenza non è soltanto linguistica.
È una differenza di prospettiva clinica.
La prima domanda tende a concentrarsi sul comportamento della vittima.
La seconda cerca di comprendere il contesto nel quale quel comportamento si sviluppa.
La letteratura mostra infatti che il processo di uscita e quello di richiesta di aiuto sono influenzati da molteplici fattori individuali, relazionali, materiali e socioculturali e non possono essere spiegati attraverso una singola variabile (Anderson & Saunders, 2003; Robinson et al., 2021; Ravi et al., 2022).
Te lo dico direttamente: se sei dentro una relazione violenta, non ti chiederei perché non te ne vai.
Ti chiederei piuttosto:
«Cosa ti sta impedendo di sentirti libera di scegliere?»
Può essere la paura.
Può essere l’amore.
Può essere la dipendenza.
Può essere la solitudine.
Può essere il timore di non farcela.
Può essere la preoccupazione per i figli.
Può essere la convinzione di non avere alternative.
Qualunque sia la risposta, merita di essere ascoltata, non utilizzata per giudicarti.
Nel mio lavoro non parto dalla colpevolizzazione della persona.
Parto dalla persona.
Dalla sua esperienza.
Dalla sua sicurezza.
Dalle sue risorse.
Perché, prima ancora di riuscire ad allontanarsi, a volte è necessario riuscire a riconoscere qualcosa di fondamentale:
quello che si sta vivendo non è una relazione sana e non si è obbligati a rimanervi.
La violenza può averti fatto sentire senza via d’uscita.
Ma il fatto di non riuscire ancora a vedere una via d’uscita non significa che una via d’uscita non esista.
E, talvolta, il primo passo non è andarsene.
È tornare a riconoscere di avere il diritto di scegliere.